Noi non sappiamo nulla del periodo della semina o del raccolto, dei mietitori proni in mezzo alle spighe, o dei vendemmiatori sparsi tra i vigneti; nulla sappiamo dei prati verdi che gli alberi di primavera nevicano di petali e che gli alberi del verziere, in autunno, cospargono di frutti maturi – e nulla mai ne possiamo sapere.

Mi occorre sottomettermi francamente al fatto d’essere stato il carcerato ordinario di una ordinaria prigione e, quantunque ciò sembri curioso, bisognerà ch’io impari a non provarne vergogna.

È necessario accettare la cosa
come un castigo, e, se uno è vergognoso della pena sofferta, tanto valeva non averla mai nemmeno patita.

Per noi non c’è che una stagione: quella del dolore.

Per i primi tempi della mia prigionia, alcuni mi consigliarono di dimenticare chi io ero.

Disastroso consiglio!
Invece, soltanto rendendomi ragione di quel che sono ho potuto trovare un po’ di conforto. Adesso, altri mi esortano a dimenticare, quando sarò libero, d’essere mai stato in carcere.

So bene che sarà fatale ugualmente. Ciò significa che io sarei senza tregua torturato da un sentimento intollerabile di sventura e che tutte le cose create per me come per gli altri: la bellezza del sole e della luna, il corteo delle stagioni, la musica dell’aurora e il silenzio della notte fonda, la pioggia che scroscia tra le foglie o la rugiada che inargenta i prati, tutte queste meraviglie diventerebbero opache per me, perderebbero il loro potere di guarire e di comunicare la gioia. Rammaricarsi delle esperienze fatte, vuol dire arrestare il proprio sviluppo; negarle equivale a mettere una menzogna sulle labbra della nostra vita. Sarebbe come rinnegare l’anima.

Non pochi uomini, dopo la loro liberazione, portano con sè la prigione nell’aria che li circonda, e, alla fine, come delle povere creature avvelenate, si cacciano in qualche buco per morirvi.

È ben triste ch’essi siano ridotti a questo e la società che ve li costringe è ingiusta, tremendamente ingiusta.

La società s’arroga il diritto d’infliggere all’individuo dei castighi spaventevoli, ma essa ha anche il difetto supremo d’essere superficiale e di non giungere a comprendere ciò che fa.

In seguito bisognerà imparare ad essere felice.

Un tempo conoscevo la felicità per istinto o almeno, credevo di conoscerla. C’era sempre la primavera, nel mio cuore, una volta! Mi occorreva la gioia ed ero nato per essa.

Sino all’estremo limite io riempivo la mia vita di piacere, come si colma sino all’orlo una tazza di caffé.

Tristi fummo
Nell’aer dolce che dal sol s’allegra

Vivevo, un tempo, esclusivamente per il piacere.

Allontanavo da me i patimenti e il dolore in ogni loro aspetto; li odiavo; avevo risoluto d’ignorarli sino a quando mi fosse stato possibile – vale a dire di considerarli come delle forme d’imperfezione. Sofferenza e dolore non sarebbero entrati nell’orbita della mia vita.

Non avevano nemmeno un posto nella mia filosofia.

Il mio solo errore fu di limitarmi esclusivamente agli alberi di quel che mi parve il lato luminoso del giardino e di fuggire l’altra parte, impaurito com’ero delle zone d’ombra e della sua oscurità.

La non riuscita nel mondo, la sventura, la povertà, il dolore, la disperazione, la sofferenza, le lagrime stesse e le parole monche che sfuggono alle labbra in pena, il rimorso che costringe a camminare sui rovi, la coscienza che condanna, il volontario umiliarsi che avvilisce, la miseria che ricopre i suoi capelli di cenere, l’angoscia che si lacera con un cilicio e mescola il fiele nel calice della sua bevanda – di tutte queste cose insieme io ero spaventato.

E siccome ero risoluto a non esperimentarne mai nessuna, fui poi costretto a gustarle ad una ad una, a nutrirmene e ad abbeverarmene, a non avere altro nutrimento durante una intera stagione.

Se potrò conquistarla completamente, questa Vita Nuova, essa sarà la definitiva realizzazione della vita artistica; in quanto la vita artistica è semplicemente lo sviluppo di sè stesso.

L’umiltà per l’artista consiste nell’accettare con cuore franco tutte le esperienze, come l’amore per l’artista è il puro senso della bellezza che rivela al mondo il suo corpo e la sua anima.

Noi non sappiamo nulla del periodo della semina o del raccolto, dei mietitori proni in mezzo alle spighe, o dei vendemmiatori sparsi tra i vigneti; nulla sappiamo dei prati verdi che gli alberi di primavera nevicano di petali e che gli alberi del verziere, in autunno, cospargono di frutti maturi – e nulla mai ne possiamo sapere.

Mi occorre sottomettermi francamente al fatto d’essere stato il carcerato ordinario di una ordinaria prigione e, quantunque ciò sembri curioso, bisognerà ch’io impari a non provarne vergogna.

È necessario accettare la cosa
come un castigo, e, se uno è vergognoso della pena sofferta, tanto valeva non averla mai nemmeno patita.

Per noi non c’è che una stagione: quella del dolore.

Per i primi tempi della mia prigionia, alcuni mi consigliarono di dimenticare chi io ero.

Disastroso consiglio!
Invece, soltanto rendendomi ragione di quel che sono ho potuto trovare un po’ di conforto. Adesso, altri mi esortano a dimenticare, quando sarò libero, d’essere mai stato in carcere.

So bene che sarà fatale ugualmente. Ciò significa che io sarei senza tregua torturato da un sentimento intollerabile di sventura e che tutte le cose create per me come per gli altri: la bellezza del sole e della luna, il corteo delle stagioni, la musica dell’aurora e il silenzio della notte fonda, la pioggia che scroscia tra le foglie o la rugiada che inargenta i prati, tutte queste meraviglie diventerebbero opache per me, perderebbero il loro potere di guarire e di comunicare la gioia. Rammaricarsi delle esperienze fatte, vuol dire arrestare il proprio sviluppo; negarle equivale a mettere una menzogna sulle labbra della nostra vita. Sarebbe come rinnegare l’anima.

Non pochi uomini, dopo la loro liberazione, portano con sè la prigione nell’aria che li circonda, e, alla fine, come delle povere creature avvelenate, si cacciano in qualche buco per morirvi.

È ben triste ch’essi siano ridotti a questo e la società che ve li costringe è ingiusta, tremendamente ingiusta.

La società s’arroga il diritto d’infliggere all’individuo dei castighi spaventevoli, ma essa ha anche il difetto supremo d’essere superficiale e di non giungere a comprendere ciò che fa.

In seguito bisognerà imparare ad essere felice.

Un tempo conoscevo la felicità per istinto o almeno, credevo di conoscerla. C’era sempre la primavera, nel mio cuore, una volta! Mi occorreva la gioia ed ero nato per essa.

Sino all’estremo limite io riempivo la mia vita di piacere, come si colma sino all’orlo una tazza di caffé.

Tristi fummo
Nell’aer dolce che dal sol s’allegra

Vivevo, un tempo, esclusivamente per il piacere.

Allontanavo da me i patimenti e il dolore in ogni loro aspetto; li odiavo; avevo risoluto d’ignorarli sino a quando mi fosse stato possibile – vale a dire di considerarli come delle forme d’imperfezione. Sofferenza e dolore non sarebbero entrati nell’orbita della mia vita.

Non avevano nemmeno un posto nella mia filosofia.

Il mio solo errore fu di limitarmi esclusivamente agli alberi di quel che mi parve il lato luminoso del giardino e di fuggire l’altra parte, impaurito com’ero delle zone d’ombra e della sua oscurità.

La non riuscita nel mondo, la sventura, la povertà, il dolore, la disperazione, la sofferenza, le lagrime stesse e le parole monche che sfuggono alle labbra in pena, il rimorso che costringe a camminare sui rovi, la coscienza che condanna, il volontario umiliarsi che avvilisce, la miseria che ricopre i suoi capelli di cenere, l’angoscia che si lacera con un cilicio e mescola il fiele nel calice della sua bevanda – di tutte queste cose insieme io ero spaventato.

E siccome ero risoluto a non esperimentarne mai nessuna, fui poi costretto a gustarle ad una ad una, a nutrirmene e ad abbeverarmene, a non avere altro nutrimento durante una intera stagione.

Se potrò conquistarla completamente, questa Vita Nuova, essa sarà la definitiva realizzazione della vita artistica; in quanto la vita artistica è semplicemente lo sviluppo di sè stesso.

L’umiltà per l’artista consiste nell’accettare con cuore franco tutte le esperienze, come l’amore per l’artista è il puro senso della bellezza che rivela al mondo il suo corpo e la sua anima.

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